I beni confiscati alla criminalità organizzata rappresentano una straordinaria opportunità di sviluppo sostenibile, nel rispetto dei territori e delle persone. Oltre a contrastare le mafie, il riutilizzo sociale dei beni confiscati crea lavoro, favorisce una sana imprenditoria ed un nuovo welfare.  È quanto emerge da due recenti ricerche che mettono in luce le buone pratiche avviate a livello nazionale e locale evidenziando, al tempo stesso, le criticità che restano da affrontare.

La ricerca “Bene Italia. Economia, welfare, cultura, etica: la generazione di valori nell’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, realizzata da Libera con il sostegno della Fondazione Charlemagne italiana onlus, esamina le esperienze di riutilizzo sociale dei beni confiscati e fa il punto su un percorso iniziato più di vent’anni fa con l’approvazione della legge 109/96. Il lavoro, curato da Riccardo Christian Falcone, Tatiana Giannone, Francesco Iandolo, pubblicato da edizioni gruppo Abele, ci racconta a che punto siamo arrivati, analizzando la normativa e valutando la capacità di beni confiscati di generare valori in termini di volontariato, occupazione e di attività di educazione alla legalità e di formazione per le comunità e i territori a cui i beni confiscati vengono restituiti.

I beni confiscati come opportunità di sviluppo”. È invece il titolo dell’indagine curata da Angelo Buonomo e promossa da Libera Campania e Fondazione Pol.i.s., Politiche integrate per la sicurezza della Regione Campania. Obiettivo della ricerca sperimentale condotta lo scorso anno è stato quello di scattare una fotografia del riutilizzo sociale dei beni confiscati alla criminalità organizzata in Campania per promuoverne un pieno recupero in un’ottica di sviluppo locale e cambiamento reale dei territori verso l’affermazione di una società libera dalle mafie e dalla corruzione.

Bene Italia: l’uso sociale dei beni confiscati in Italia

La ricerca Bene Italia si pone l’obiettivo di individuare e mappare con criteri oggettivi i beni confiscati effettivamente riutilizzati “analizzando le potenzialità e le effettive capacità dei progetti realizzati  puntando anche al benessere sociale ed economico delle comunità di riferimento, e scongiurando il pericolo di un loro mancato utilizzo e del loro abbandono al degrado ed all’incuria”. La grande quantità di dati fornita dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati (ANBSC) si limita infatti alla destinazione dei beni per le finalità istituzionali e sociali, ma mancano informazioni strutturate e comparabili sullo stato e sul reale utilizzo dei beni.

La ricerca punta a colmare questo vuoto. Il progetto parte da un lavoro di ricognizione iniziato da Libera nel 2013. Ampliandone i risultati Bene Italia ha creato una mappatura di 524 soggetti gestori di esperienze nate in beni confiscati, in 16 regioni su 20. Con 124 realtà la Lombardia si posiziona al primo posto (il risultato è frutto anche del lavoro di approfondimento elaborato dalla struttura regionale di Libera, a cui nella ricerca è dedicato anche un focus che evidenzia che solo il 30% dei beni confiscati non sono riutilizzati); seguono la Sicilia (116), la Campania (78) e la Calabria (77).

Associazioni (284) , cooperative sociali (131), ma anche diocesi e parrocchie (22) gestiscono prevalentemente  appartamenti (167), ville, palazzine e fabbricati, terreni (56), locali commerciali e industriali (82), ma anche strutture turistiche, spiagge e stabilimenti balneari.

Nella seconda fase della ricerca è stato individuato un nuovo campione,  generato attraverso la somministrazione di un questionario online,  di 105  realtà sociali.

Il dato più interessante è legato all’efficacia dal punto di vita imprenditoriale e sociale dei beni. Inoltre, “sul tema del capitale umano mobilitato attorno alle esperienze di riutilizzo sociale, la ricerca ha fatto emergere dati assai significativi. Su un campione di 70 soggetti gestori, i numeri parlano di 403 dipendenti, 1421 volontari e 25.368 beneficiari”.

Anche nei casi in cui le attività realizzate nei beni confiscati non si rivelino redditizie per l’impresa, lo sono in maniera decisiva per la collettività, rispondendo alle esigenze e ai bisogni del territorio in cui insistono, con attività di volontariato e terzo settore (51), educazione alla cittadinanza (41), promozione culturale e aggregazione (38), contrasto al disagio sociale, integrazione delle disabilità (30).

Le criticità però non mancano. La strada, infatti, diventa tutta in salita quando i tempi tra il sequestro e l’assegnazione del bene sono lunghi perché le condizioni strutturali degli immobili non sono solo soggette ai danni causati dalle ritorsioni delle organizzazioni criminali, ma anche all’incuria e al tempo. Mediamente infatti il tempo che intercorre nelle varie fasi è di 10 anni. Dalla ricerca, in 53 casi su 76, risulta che al momento del trasferimento del bene, questo era in cattive condizioni strutturali.

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Campania: i beni confiscati come opportunità di sviluppo

La maggioranza dei beni confiscati in Campania è già stata trasferita ai Comuni che, come rileva l’indagine, “possiedono un grande patrimonio che può essere riutilizzato per fini sociali, al netto delle operazioni di ristrutturazione e del recupero degli immobili. Naturalmente, se questo patrimonio non viene affidato in tempi brevi alla gestione di realtà sociali rischia l’abbandono e il deperimento”.

Al fine di ricostruire un quadro completo, sono state censite 78 esperienze di riutilizzo sociale di beni immobili confiscati nel territorio campano. “Queste realtà – si legge nello studio – rappresentano uno straordinario portato di esperienze, sperimentazioni e innovazione sociale in grado di tracciare un nuovo sviluppo sostenibile, compatibile con l’ambiente nel rispetto dei territori e delle persone, nella nostra regione”.

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Tra le criticità, l’indagine evidenzia quelle relative alla trasparenza e all’accesso all’informazione riguardo ai beni confiscati e al loro riutilizzo.

Gli immobili sono di diversa natura: palazzi, appartamenti, ville, terreni per avanzare qualche esempio.

Associazioni, cooperative, consorzi di comuni. Analizzando la composizione giuridica degli enti gestori presi in considerazione da questo studio si nota che il riutilizzo sociale dei beni confiscati si configura come un modello di economia civile che promuove sviluppo locale. La cooperativa sociale, rileva lo studio, rappresenta lo strumento ideale per il riutilizzo dei beni confiscati, sia per l’impatto occupazionale che per la pratica di un modello di sviluppo differente da quello esistente.

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La maggioranza dei beni è gestita da associazioni e cooperative che operano in diversi settori e promuovono attività eterogenee riguardanti prevalentemente il welfare (i servizi alla persona e il reinserimento socio-lavorativo).  “L’obiettivo del riutilizzo sociale diventa in questo modo l’elemento generatore dell’attivazione di queste realtà a partecipare all’assegnazione di un bene e contemporaneamente l’orizzonte principale delle attività che si sviluppano”.

L’accoglienza, i progetti sociali, l’inclusione, il reinserimento lavorativo, il contrasto alla violenza, la coesione territoriale e sociale: queste aree rappresentano il fulcro dell’azione delle realtà censite. Lo studio sottolinea che “la peculiarità delle realtà osservate è quella di promuovere e praticare politiche sociali di sussidiarietà e di prossimità, superando il modello assistenziale e che, configurandosi come una progettazione sociale per i territori e le persone, mira all’emancipazione e alla maggiore autonomia delle persone svantaggiate in senso universale dentro una dinamica orizzontale”.

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Sempre più, inoltre, si sta affermando “la concezione dei beni confiscati come luogo di innovazione e sperimentazione in cui si produce economia sana”.

Uno dei temi indagati è quello dell’occupazione prodotta dal riutilizzo sociale dei beni confiscati. “Anche se siamo in una fase di passaggio del mercato del lavoro dovuto alle trasformazioni apportate dalle riforme appena approvate – rileva l’indagine – qui possiamo valutare un impatto notevole per ciò che riguarda l’occupazione”. “Straordinario” risulta poi il numero dei beneficiari delle attività condotte nei beni confiscati.

“Ciò che abbiamo narrato in queste pagine – si legge nella conclusione dell’indagine – è l’insieme di esperienze, progetti e sperimentazioni in continua evoluzione. Bisogna attivare un processo partecipato per trasformare le buone pratiche di riutilizzo in modelli replicabili, riproducibili e migliorabili continuamente”.

In quest’ottica assume un ruolo fondamentale la comunicazione. “La comunicazione è un fondamentale strumento per promuovere una nuova cultura della legalità e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla straordinaria capacità che offre il riutilizzo sociale dei beni confiscati”.

Conclusioni

Entrambi gli studi, uno condotto a livello nazionale e l’altro su scala regionale, dimostrano l’efficacia e l’impatto dal punto di vista imprenditoriale e sociale sul territorio al quale il bene è stato restituito.  Da nord a sud del Paese si delinea così l’immagine di un’officina in costante fermento in cui la cittadinanza attiva opera per produrre il bene comune.

Molto, tuttavia, resta ancora da fare. Sono necessari interventi strutturali, politiche di programmazione e strumenti di progettazione pubblica al fine di non disperdere questo straordinario patrimonio che potrebbe contribuire allo sviluppo sociale ed economico del nostro Paese.